Francesca Palumbo: la scrittura è ciò che mi nutre

Francesca Palumbo: la scrittura è ciò che mi nutre

Francesca Palumbo è nata a Bari, dove vive e lavora. È docente d’Inglese in una scuola superiore della sua città e si occupa anche di Didattica dell’Italiano per Stranieri. Francesca è anche scrittrice: dal 2005 ha pubblicato quattro libri e il suo ultimo romanzo “Le parole interrotte” – casa editrice BESA – è una tappa importante per la sua evoluzione, la sua scrittura, questa passione che nutre la sua vita (eccola tra gli ospiti della rubrica del TG1 “Billy – Il vizio di leggere” del 25 ottobre 2015).

La storia di Francesca non ci colpisce solo per il successo che ha come scrittrice, ma per come s’intersecano nella sua vita il suo lavoro di insegnante e l’irrefrenabile urgenza di scrivere, come riesca da anni a conciliare il suo lavoro con le sue passioni, costantemente e con tenacia. Dopo averla ascoltata abbiamo pensato che, se si potesse, scriveremmo un titolo lunghissimo per la sua storia: “le passioni al servizio di una vita, una vita al servizio delle passioni”. Per fortuna è un titolo brutto e impossibile, ma forse è il succo della storia di Francesca, che abbiamo scoperto attraverso le sue parole.

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Francesca Palumbo

Ciao, Francesca, cominciamo dalla tua professione: da quanto tempo insegni inglese? 
Da trent’anni. Pensa da quanto tempo…! Ma il mio lavoro d’insegnante è cominciato con la lingua tedesca, che ho studiato per la passione che avevo per la letteratura tedesca. Pensa che dopo lo scientifico scelsi l’università di lingue perché volevo viaggiare e l’inglese per me era indispensabile, ma poi quadriennalizzai il tedesco non solo perché volevo leggere in lingua originale le opere degli autori che mi affascinavano – Kafka, Musil, Thomas Mann, Gunter Grass… – ma anche perché mi piaceva il senso di disciplina che quella lingua mi faceva respirare.

Da molti anni, quindi, insegni ma hai anche una famiglia, una figlia, due cani, più molti interessi e iniziative che metti in campo. Come riesci a conciliare tutto questo con la scrittura e la pubblicazione, la promozione, dei tuoi libri?
Partirei dal fatto che io ho cominciato a scrivere perché ho letto e leggo sempre tantissimo. La scrittura è necessariamente legata alla lettura e chi ama scrivere scrive sempre. Ho scritto diari e diari fin dalla prima elementare… potrei dire, in generale, che la scrittura cresce con te, sin dall’infanzia. Ma poi il vero salto avviene quando dalla scrittura per sé si passa al desiderio di voler condividere il proprio pensiero e le proprie storie con il mondo e tutte le persone che ti circondano. E soprattutto quando scrivere diventa un’urgenza talmente impellente da farti trovare il tempo anche quando non ce l’hai, a costo di dormire pochissimo e appuntare idee su blocknotes sparsi nella borsa, sui tovaglioli di carta in un bar, mentre stai scappando al lavoro, o sulle note del tuo I-phone mentre sei fermo in macchina e aspetti che scatti il verde del semaforo.

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Francesca Palumbo in famiglia.

Ti immagino comunque molto concentrata nella gestione del tuo tempo…
Conciliare la scrittura con il tran-tran della vita che ti mastica tra il lavoro e gli impegni vari non è affatto facile lo ammetto, ma io catturo il tempo a morsi e riuscire a mettere per iscritto le mie storie mi fa stare così bene che trovo ne valga sempre la pena, anche a costo, a volte, di non riuscire a respirare per la mole di cose che ho dovuto mettere da parte o procrastinare a favore della mia scrittura.

Torniamo al “salto” della pubblicazione…
Intendi la decisione di pubblicare?

Sì.
È avvenuto dieci anni fa, quando decisi di pubblicare la silloge di racconti “Volevo dirtelo”. Avevo un po’ di timore lo ammetto. Essere letti significa anche esporsi, mettersi a nudo in un’arena, sapere che chiunque potrà giudicarti, parlare di te, esprimere giudizi, che non è detto siano tutti necessariamente sempre benevoli…

Come sei riuscita a superare il tuo timore?
Mi sono fatta coraggio, perché mi capitava che gli amici e le amiche che avevano letto i miei racconti mi incoraggiassero a scrivere ancora. Poi ho inviato i miei scritti ai concorsi letterari e vedevo che vincevo, mi venivano dati man mano sempre più riconoscimenti e riscontri positivi. Insomma tutto questo mi ha consentito di sentirmi sempre più sicura e così mi sono lanciata… Oggi sono molto felice di averlo fatto, perché sento anche di essere cresciuta nella mia scrittura e raccolgo grandissime soddisfazioni da questa mia passione. Soprattutto, poiché mi occupo per lo più di scandagliare tematiche a sfondo sociale, sono anche soddisfatta di poter veicolare, attraverso la scrittura, dei messaggi positivi.

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Hai cominciato quindi dieci anni fa la tua esperienza di scrittrice. A distanza di tempo cosa ti ha insegnato?
La cosa più importante per me è stata imparare a smettere di voler controllare tutto – una caratteristica molto insita nella mia indole. Attraverso la scrittura ho imparato a lasciar andare – oltre che alcune parti di me – anche i miei personaggi stessi… Ho imparato inoltre che, per scrivere con il cuore, devi porgere tantissima attenzione all’ascolto (ma in questo ero già molto avvantaggiata dal mio lavoro di insegnante) e ho realizzato che via via acuisci sempre di più la tua capacità di osservazione e percezione di ciò che ti circonda. Diciamo pure che assumi uno sguardo più frattalico, più aperto e ogni storia, e ogni dettaglio diventa risorsa per altrettante narrazioni.

È questo che ti ha dato la forza di pubblicare anche “Il tempo che ci vuole” e il tuo ultimo romanzo “Le parole interrotte”?
La scrittura per me è uno strumento di crescita al quale non potrò mai rinunciare. L’esperienza della pubblicazione è importante perché quando decidi di condividere quello che scrivi con un libro ti sottoponi al giudizio degli altri, non sei più nel tuo guscio protetto. Per questo passo fondamentale bisogna chiedersi veramente “perché lo sto facendo, chi credo di essere?”. È una domanda importante. Ti costringe a confrontarti con l’immagine che hai di te, e con le motivazioni che ti spingono a fare una scelta del genere. Insomma tutto ha molto a che fare con la consapevolezza.

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Senza considerare che oltre alla pubblicazione c’è anche l’incontro, il giudizio diretto con i propri lettori…
Certo. L’incontro con i propri lettori è qualcosa di molto emozionante sempre, ma a volte può anche spaventare. A me capita che, in certe situazioni, l’eccessiva esposizione mi disorienti un po’. Non ti nascondo che nel presentare i miei libri provo a volte un misto di panico e di eccitazione. Chi viene alle mie presentazioni vuole capire se quello che scrivo è interessante, soprattutto se sono coerente rispetto a quello che scrivo e a volte capita di temere di non poter fronteggiare delle aspettative eccessive. Allora, ho imparato che è bello anche potersi dire, io sono questa e se vi piace quello che scrivo eccomi, mi dono a voi, in tutta la mia spontaneità, ma anche fragilità.

E questo funziona?
Funziona sempre, perché la franchezza e la spontaneità vengono sempre apprezzati, insomma io non ho mai cercato di costruirmi un’immagine, di essere altra da me, ed è sempre una bella sfida abbracciarlo il pubblico e conquistarlo, perché in realtà il lettore non chiede altro. E anche io, a mia volta nel ruolo di lettrice, cerco questo genere di ‘incontro’ quando partecipo alle presentazioni di autrici e autori i cui libri mi hanno colpita..

Vista in questa prospettiva la coerenza è un aspetto molto importante… 
Sì, per me è fondamentale! Io scrivo solo di ciò che conosco bene, molto bene. Non mi permetto, per quanto possa inventare, aggiungere, mischiare, intersecare, di scrivere qualcosa che non sia coerente con quella che sono. Essere scrittori ruffiani è impresa facile, ma ‘sedurre’ un lettore significa interessarlo davvero, conquistarlo, fargli sentire che può af-fidarsi. O almeno per me è così. Devo riscontrare una concordanza tra ciò che leggo e la percezione che ho di chi ha scritto le pagine che leggo. A volte ho incontrato scrittori che, quando li ho ascoltati, mi hanno deluso perché li sentivo così totalmente estranei al modo in cui scrivevano. Per fortuna mi è accaduto raramente, ma è stata una vera delusione!

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Francesca Palumbo

Provo a fare una sintesi: la tua passione per i viaggi e la letteratura tedesca ti hanno portato a diventare professoressa di lingue, come la tua passione per la lettura ti ha fatto diventare scrittrice. Hai dato “corpo” alle tue passioni incanalandole verso impegni concreti…
Oggi non vedo più queste cose così separate, perché per me tutto converge nella scrittura. Dalla mia professione di insegnante ai viaggi, alla passione per la fotografia, al volontariato, ai progetti che faccio come “Persona Libro”. Ho viaggiato e viaggio tanto non come turista, ma come esploratrice attenta dei posti che visito e i viaggi in Africa, per esempio, mi hanno aiutato a scrivere il mio ultimo romanzo. Fare progetti nelle carceri sia come insegnante che come volontaria, abbracciare realtà molto lontane dalla mia ma soprattutto con il sentire, il partecipare alla realtà che mi circonda senza giudizi e pregiudizi, insomma… tutto poi si riversa, torna nella mia scrittura.

Da quello che racconti di te, mi sembra che ogni tua passione sia una vocazione…
Béh sì, è così.

Mi affascina anche come vivi il tuo lavoro di insegnante, come questo dà linfa al tuo “mestiere” di scrittrice…
Insegnare mi piace molto, lo faccio con passione e mi educa sempre più all’attenzione, alla cura, all’ascolto. Al di là delle frustrazioni, degli inadeguati riconoscimenti economici, della scarsa considerazione che l’Italia, rispetto ad altri paesi, riserva a noi docenti, noi facciamo un lavoro importantissimo. Abbiamo una responsabilità, rispetto alle generazioni che formiamo, immensa. In giro ci sono insegnanti straordinari, ne incontro quotidianamente tra i miei colleghi. Facciamo un lavoro impegnativo, abbiamo delle grandi responsabilità, soprattutto nel formare persone responsabili e consapevoli.

quattro

Francesca Palumbo e sua figlia Martina

È bello quello che racconti, ciò che fai delle tue passioni e come lo fai. Prima di salutarti, confesso che c’è una tua frase che mi ha colpito: la scrittura mi ha fatto crescere.
È vero. La scrittura per me è anche “luce”, poiché illumina inevitabilmente molte parti di me, comprese le ombre. Mi ha dato la possibilità di riscattarle, di ribaltarle, usarle in maniera “altra” e di proiettare questa luce (come fa una macchina fotografica) sugli altri. Ecco, la scrittura mi serve per illuminare, e mi restituisce un’energia che mi appaga.

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