Le parole interrotte, romanzo di Francesca Palumbo

Le parole interrotte, romanzo di Francesca Palumbo

Leggere “Le parole interrotte“, l’ultimo romanzo di Francesca Palumbo pubblicato dalla casa editrice Besa, è una bella esperienza, quasi quanto quella di seguire l’autrice in una delle sue numerose presentazioni, richieste e seguite in diverse città e spazi – sia pubblici che privati. Così, abbiamo scelto di raccontare questo libro riportando alcuni momenti di un incontro della scrittrice con i suoi lettori, a Roma, al quale anche noi abbiamo partecipato. Suggeriamo di leggere “ascoltando”:

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Francesca Palumbo

Francesca Palumbo: “Si dice del mio romanzo “Le parole interrotte” che sia un libro sull’emigrazione. È vero, ma solo in parte. Volevo sì dedicare la mia attenzione ai migranti che arrivano sulle nostre coste, volevo raccontare della sofferenza che li costringe a mettersi in viaggio senza neanche la speranza di arrivare – e quando arrivano- senza che trovino quell’accoglienza tanto sperata e dovuta. Tuttavia il mio romanzo non tratta solo di questo, ma approfondisce anche alcuni aspetti importanti relativi alla comunicazione, portando a riflettere, su quanto a volte la parola non basti a ‘salvare’, e su quanto sia importante permettere alle nostre vite e i nostri destini di muoversi su più canali comunicativi. Solo la nostra capacità di rintracciare orizzonti metalinguistici e soprattutto metaindividuali, nell’ottica di una reale partecipazione comprensiva dell’Altro, può infatti darci maggiore respiro. Nel romanzo ‘Le parole Interrotte’ incontriamo tre personaggi che non parlano la stessa lingua: Malaika, che parla solo inglese, Clara, che non sa l’inglese e parla solo italiano e suo figlio Matteo, di cinque anni, che parla sì l’italiano ma in maniera ‘interrotta’ perché è balbuziente. Gli unici canali possibili, affinché i tre stabiliscano un reale incontro, diventano la prossemica, il non verbale, il calore umano, il contatto.

Lettore: “Perché Malaika parla in un linguaggio così forbito? È una scelta?

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Francesca Palumbo con una lettrice

Francesca Palumbo: “Me lo hanno già chiesto, senza però considerarlo un limite, è quindi un piacere per me poter spiegare il perché di questa scelta: è vero, c’è nel mio libro un’ “infrazione” alla regola (il personaggio deve esprimersi nella “sua lingua”) ma a me interessava ribaltarla, ovvero restituire la possibilità a persone, che sono realmente come noi, di esprimere un pensiero complesso. Per qualche strano motivo, per esempio, pensiamo che in Nigeria non ci siano scuole. Invece in Nigeria ci sono Università, ci sono donne che studiano, donne che nella loro lingua parlano così, in modo diciamo “forbito”. Smontare lo stereotipo che ci porta a diminuire la ricchezza linguistica di culture diverse dalla nostra era per me un obiettivo importante e credo, così facendo, di averlo raggiunto. Mi interessava, inoltre, restare sempre sulla soglia del pensiero, per cui ho scelto anche un registro molto intimistico. Oltre al tema della comunicazione, mi stava anche molto a cuore parlare di maternità, di quanto si possa essere madri l’un all’altra e scambiarsi questo ruolo anche con figli di altre. Di quanto la maternità non sia necessariamente correlata all’utero, ma piuttosto alla capacità di ognuna/ognuno di tendere la mano, perché la vera madre (e cito Recalcati) è nel soccorritore che ci tende la mano quando penzoliamo nel vuoto. La madre dunque non è la genitrice ma piuttosto il nome del primo Altro nel momento in cui la vita chiama soccorso. Per questo nella dinamica del mio romanzo, Malaika è madre a Clara e a Matteo, così come Clara lo è per Malaika, in uno scambio reciproco di riconoscimento e intersoggettività.

Lettore: “Com’è nato il personaggio di Malaika?”

unoFrancesca Palumbo: “Malaika è un personaggio che mi abitava da tempo, voleva uscire, come anche quello di Clara, alla quale ho affidato un compito: rappresentare il momento in cui, quando cominci a pensare di più agli altri, ti rendi conto che i tuoi problemi alla fine non sono così grandi, puoi ridimensionarli. E a mio parere, questo è un esercizio che bisognerebbe provare a fare sempre: noi siamo sempre concentrati sulla nostra scontentezza, siamo spesso più portati a cercare fuori di noi l’angelo che ci aiuti, ma se invece cambiamo la prospettiva e proviamo a chiederci, se fossi io l’angelo? se io diventassi l’angelo (o madre) per qualcun’altra/qualcun altro, forse anche i mei problemi mi sembrerebbero meno importanti. Quindi, tendere una mano mi aiuta anche un po’ a ridimensionare il mio “chiacchiericcio” interno e a dare più senso al mio essere al mondo, partecipando con maggiore responsabilità e tensione etica. Chiaramente il mio è un angelo laico, e somiglia molto all’Angelo Necessario di cui parla M.Cacciari nell’omonimo libro, o a quello descritto da Hillman ne ‘Il codice dell’Anima’; è in poche parole l’angelo descritto da Stevens Wallace, poeta americano che amo tantissimo, e che non è l’angelo con l’aureola, ma l’espressione di ciò che ognuno di noi può essere per l’altro, laddove si ravveda una reale capacità e volontà di comunicare con l’esperienza altrui. Allora la necessità di essere angelo a qualcuno coincide con l’esigenza di dare senso a ciò che vi è per noi.

Lettore: “Se posso dirlo, questo libro per me è anche molto “fisico”.

Francesca Palumbo: “È vero, lo dico anch’io… C’è molta fisicità e molta intimità. Un ri-scoprirsi e ri-conoscersi anche attraverso il corpo, la pelle, gli odori. E c’è anche tanto rispetto, gli occhi negli occhi, le guance che si sfiorano per accarezzarsi e anche darsi coraggio prima di un addio e di un nuovo viaggio da intraprendere, soprattutto dentro di sé…”

Lettore: “Posso aggiungere solo cinque parole? Questo romanzo è da leggere.”

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