Michelangelo Pavia: la passione di creare opportunità

Nell’immaginario collettivo si migra dal sud verso il nord Italia per trovare lavoro, migliorare la propria vita. Michelangelo Pavia, architetto trentaseienne nato a Milano, dimostra che può essere possibile l’inverso, con risultati sorprendenti. Cinque anni fa, stanco di una vita professionale avara di opportunità e prospettive, lascia il suo lavoro e sceglie di andare a vivere a Palermo. Nella sua “valigia” non ha illusioni ma obiettivi chiari: possedere una casa e fare ciò che ha sempre voluto fare, l’architetto. Ma la realtà, come spesso accade, se sollecitata ad arte trasforma i sogni oltre ogni immaginazione, e così lui non solo è riuscito a ricostruire la sua vita, ma anche a creare un’impresa eccezionale nello scenario palermitano… Fermo l’incipit per questa intervista perché è con grande entusiasmo che invito a scoprire la storia straordinaria e ricca di colpi di scena di Michelangelo Pavia, il giovane architetto milanese con la passione di progettare, fare rete e creare opportunità di lavoro, diventato ormai per molti “il palerminese”.

Michelangelo Pavia

Ciao, Michelangelo, la prima domanda, colma di curiosità, sarà quella che ti avranno fatto tante persone: quando e perché hai scelto di trasferirti da Milano a Palermo?
Nel periodo tra febbraio e marzo del 2010 già vivevo un grande disagio per la mia condizione di vita. Sono architetto e avevo tentato più volte a Milano di migliorare il mio lavoro, cambiando studi di architettura, provando anche ad aprirne uno mio, ma a un certo punto sono subentrate altre esigenze, come ad esempio avere una casa mia. Provai a cercarne una di circa 50 mq (nel 2010 costava circa 250.000€) e chiesi in banca un mutuo di 200.000 mila euro scoprendo poi di doverne restituire 300.000! Io, che in dieci anni ero riuscito a mettere da parte solo 10 mila euro, ho capito che non ce l’avrei mai fatta nonostante il supporto dei miei genitori e allora ho deciso che la mia vita stressata non aveva senso.

Che cosa avresti lasciato professionalmente a Milano?
La possibilità di lavorare a progetti di grande scala, di respiro internazionale, e di rapportarmi con tecnici straordinari, che mi hanno anche preparato e fatto crescere. Ho lavorato con grandi studi di architettura, come 5+1 AA o facendo esecutivi per Libeskind e Dordoni. Insomma, ho fatto davvero una grande esperienza con bei progetti. Ma a quale prezzo? Lavoravo almeno dodici ore al giorno in team di lavoro con giovani architetti in gamba, che però, come me, non erano valorizzati a dovere. Ad un certo punto ho deciso di licenziami e cambiare vita. Biglietto per Palermo solo andata per aprire uno studio con un ragazzo palermitano che fu un mio collega a Milano.

Motivazioni quindi di duro pragmatismo?
Non solo. Dall’altro lato, la mia parte più emotiva mi ha portato a scegliere il sud Italia e in particolare Palermo, una delle città che ho adorato da quando la prima volta sono venuto per un viaggio in giro per la Sicilia dopo la mia laurea. Aggiungo alle note non pragmatiche il fatto che ho sangue meridionale e sono sicuro che ha qualche influenza anche questo.

Su cosa hai investito per costruire la tua vita in questa città?
Io ho sempre voluto fare l’architetto, fin da quando ero alle elementari. È la mia passione e l’ho portata con me. Nel corso degli anni ho messo però a fuoco il significato della parola architetto o meglio gli ho dato il mio significato identificandola meglio in progettista. Diceva Ernesto Nathan Rogers “dal cucchiaio alla città” e per me è un buon riassunto del ruolo dell’architetto. Nel momento in cui uno sa progettare, lo sa fare a tutte le scale perché progettare è prima di tutto un approccio mentale. Io investo nella mia capacità di progettare, e spero che l’investimento frutti.

Torniamo a quando sei arrivato a Palermo e hai aperto lo studio con il tuo primo socio…
Devo dire che sin dall’inizio siamo riusciti a lavorare. Con un po’ di fortuna siamo riusciti ad avere qualche incarico: una gelateria, un allestimento per la Soprintendenza del Mare, abbiamo partecipato a concorsi, rimanendo quindi sempre nell’ambito dell’architettura. Poi purtroppo ci siamo accorti che la collaborazione non funzionava. Il primo studio chiuse e allora cominciai a riflettere su cosa fare.

Giuseppe Castellucci e Michelangelo Pavia

Immagino non sia stato facile in questi momenti di crisi economica trovare una strada in linea con le tue passioni…
Sì. Ma poi, improvvisamente, la svolta: avevo come vicino di studio un ingegnere informatico, Giuseppe Castellucci. Seduti al tavolino tra una chiacchierata e qualche caffè ci raccontavamo le nostre difficoltà… poi, con lui iniziammo a parlare di coworking e in particolare di un nuovo modello di coworking.

E da quel momento in poi cosa è successo?
Io e Beppe eravamo e siamo convinti che la collaborazione, il “fare rete” sia un elemento fondamentale per il futuro, e non solo per quello di entrambi. La nostra idea era trovare un modo di coinvolgere più persone nella nostra condizione e condividere le cose, il coworking appunto. Lo aprimmo a gennaio del 2012, quando in Sicilia ancora era un termine quasi completamente sconosciuto. Il nostro coworking voleva avere qualcosa di diverso dalla mera divisione delle spese tipica di molti di questi spazi: volevamo provare a fare qualcosa di più innovativo e utile.

Un’altra svolta, quindi?
Sì. L’obiettivo era quello di partire dalle nostre esigenze e da quelle del territorio, per progettare e offrire idee innovative alla città. Intanto c’è una cosa che ci siamo detti da subito: l’obiettivo del nostro coworking doveva essere la rete e non il mero guadagno sulle postazioni. Costruire una rete che avesse ricadute positive nel nostro territorio.

Com’è cominciato questo vostro nuovo progetto?
Abbiamo creato l’associazione no profit neu [nòi] spazio al lavoro e abbiamo unito i nostri studi in un open space con 12 postazioni di lavoro su 150 metri quadri. Siamo al piano terra di Palazzo Castrofilippo, una dimora storica del ’700 di recente ristrutturazione in via Alloro, con accesso diretto dalla corte nobile del palazzo. L’open space facilita il dialogo tra i partecipanti al coworking e il carattere polifunzionale delle zone comuni consente la flessibilità per le diverse necessità.

E come si è inserita questa iniziativa nel territorio palermitano?
All’inizio quando dicevamo coworking ci dicevano “Ma di cosa state parlando?” Il primo anno è stata davvero dura far passare il messaggio che la collaborazione è una cosa positiva. Le frasi tipiche erano “mi rubate le idee… i clienti…” sembrava un furto per qualsiasi cosa. Però qualcuno interessato lo abbiamo trovato: giornalisti, designer, architetti, ingegneri. Piano piano siamo diventati gruppo. Come strumento per farci conoscere abbiamo iniziato a ideare e promuovere eventi e iniziative per il territorio, in particolare con delle mostre d’arte contemporanea che hanno funzionato più di quanto ci aspettassimo, grazie soprattutto al contributo di Giusi, una storica dell’arte che si è dedicata molto a questi eventi.

Mostre d’arte contemporanea?!
Sì, in quasi tre anni ne abbiamo già organizzate 15 anche con artisti di successo, come ad esempio Giacomo Rizzo, Mariano Brusca o Gianni Cipriano. Accogliere nel nostro spazio opere d’arte nasce dalla mia idea di “arte abitata”, che vuol dire semplicemente tornare a vedere l’arte nelle case, una scultura accanto al divano ad esempio. Visitando il nostro spazio le persone non si aspettano di vedere opere esposte tra scaffali e librerie, ma ne sono affascinati e con sorpresa scoprono anche artisti che non avrebbero mai conosciuto, anche perché chi viene a visitare le mostre che allestiamo non visita abitualmente gallerie d’arte o musei. Grazie all’arte il nostro spazio è “cambiato” 15 volte senza che noi cambiassimo nulla, grazie solo alla presenza di diversi artisti e le loro opere. In questo modo può accadere che l’arte arrivi là dove nessuno avrebbe mai immaginato. Se ci pensi anche io e tu ci siamo conosciuti grazie alla mostra di Alberto Criscione che si è tenuta qui da noi.

A quali altri progetti e iniziative dedicate il vostro spazio e le vostre energie?
Intanto a noi piace pensare di aver creato un “incubatore informale” che poi di fatto ha generato una rete. Con le nostre iniziative, i progetti e i nostri eventi offriamo la possibilità di incontro tra le persone che possono conoscersi, scegliersi e creare opportunità di collaborazione tra loro. La nostra è un’associazione no profit e l’obiettivo che ci siamo posti è di sviluppare progetti in grado di stimolare la collaborazione, senza controllare quello che si crea, ma stimolare, valorizzare ciò che le persone vogliono fare e mettere in comune.

Qual è un esempio di progetto che vi consente di mettere in pratica questi vostri obiettivi?
È il progetto Sementor, che favorisce l’imprenditoria nel territorio siciliano. È uno dei nostri progetti più importanti che ha già vissuto sei edizioni. Per ogni edizione, raccogliamo fino a 15 idee imprenditoriali legate a un tema; offriamo un percorso di due mesi d’aula, con incontri settimanali, in cui i partecipanti imparano che cos’è un business plan e come le idee si possono realizzare in un progetto d’impresa concreto, fattibile. Poi nel terzo mese c’è la presentazione di ogni singolo progetto imprenditoriale da mettere in atto.

Sementor V edizione

A chi si rivolge Sementor e chi vi partecipa?
Ci rivolgiamo a chi ha un’idea imprenditoriale e la vuole trasformare in realtà. Pensavamo sarebbero stati prevalentemente giovani, invece abbiamo scoperto che l’età media è di 35 anni. Abbiamo avuto anche 55enni poiché questo è un momento storico in cui bisogna reinventarsi e, attraverso un’idea, costruirsi un nuovo lavoro. Con Sementor cerchiamo di fornire loro strumenti, senza controllarli o dare vincoli. Rispettiamo e diamo valore alle loro passioni. È così che nascono progetti imprenditoriali legati all’agricoltura, al verde, e c’è chi vuole aprire un negozio, un ristorante, tutte imprese legate alla “normalità” e non per forza a parole come scalabilità o a milioni di euro. Potrei dire che il nostro è un approccio simile a quello di Ernesto Sirolli. Hai mai visto il suo video in TED nel quale parla di come fare per aiutare gli altri “a fare”? Te lo consiglio.

Sì, lo vedrò e consiglio a chi ci legge di vederlo nello spazio Videiamo nella nostra Home. Ma, Michelangelo, la cosa che più mi sorprende è che Sementor sia un percorso formativo completamente gratuito per i partecipanti…
Sì, la bellezza di Sementor è che è gratis, tutto è completamente gratis, anche i docenti (che noi preferiamo definire mentori). Sono professionisti occupati in diversi ambiti, che si mettono a disposizione gratuitamente perché anche a loro piace l’idea del nostro progetto e la possibilità di aiutare le persone a rendere concreta una loro passione. Alla fine si realizza uno scambio tra i partecipanti, i mentori e la nostra associazione e per noi questo è un modello davvero bello. Notiamo inoltre con piacere che i partecipanti a Sementor hanno spesso un approccio etico-sociale all’imprenditoria, non cercano per forza grandi guadagni ma il giusto guadagno, e le loro idee hanno una ricaduta molto positiva sul territorio.

Spazi del coworking

E per te, cosa è cambiato da quando anni fa hai preso quell’aereo e sei venuto a Palermo?
Tutto. Ora, anche se mi capita di lavorare come un matto, lo faccio su cose che amo fare. Passati i primi anni di difficoltà sono cominciate a muoversi le cose e dopo tre anni il coworking è per me una realtà davvero importante. Mi sento utile a chi mi sta intorno, pensa che due settimane fa sono stato in giro per le Madonie, in sette scuole superiori, a spiegare cos’è il coworking. Ho incontrato circa 140 studenti in tre giorni abbastanza intensi e nessuno aveva sentito mai parlare di questa modalità lavorativa. Certo, è difficile far capire concetti che non sono immediati e si scontrano contro una mentalità un po’ più arroccata, legata al posto fisso, da dipendente e che oggi sta diventando un’utopia. Ma è fondamentale parlarne e aver avuto la possibilità di farlo nelle scuole, in un progetto di sviluppo d’impresa di Imera Sviluppo, mi ha dato davvero molto.

E come si trasforma tutto questo tuo impegno in termini di guadagno?
Lavoro ancora come architetto e grafico, ho la mia partita IVA, ma finalmente posso dire che le entrate iniziano ad esserci, sono più sereno in questo momento di crisi generale. Ora tutto il reddito del mio lavoro viene dalla rete delle collaborazioni. Viene da persone passate da qui, viene da altri coworker che mi danno incarichi per progettare in diversi ambiti, dalla grafica allo spazio virtuale del web, oltre che in quello dell’architettura tradizionale.

A proposito, e poi la casa sei riuscito a trovarla qui a Palermo?
Sì, ho comprato e ristrutturato una casa di 40mq in un quartiere popolare con i 50mila euro che mi hanno dato i miei genitori (come un giorno vorrei fare anch’io per i miei figli). Ora non ho un mutuo, quindi, ripensando a Milano, posso dire di avere 200 mila euro in tasca. Questo a volte può far sorridere e so che non ho quei soldi, ma in compenso ho una leggerezza incredibile. Non avere debiti, al giorno d’oggi, ti assicuro non è cosa da poco.

Anna Maria Corposanto

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