Piera Giacconi: la voce delle fiabe per il mestiere di Cantastorie

La storia di Piera Giacconi, arte-terapeuta e consulente da molti anni, ha il fascino di una fiaba contemporanea. Lei si definisce change maker, con lei il futuro viene alla luce. Crea mestieri nuovi. Nel 2004 ha fondato “La voce delle fiabe” Piccola Scuola Italiana per Cantastorie, che svolge formazione con il patrocinio dell’Università degli Studi di Udine. Ispirandosi al modello francese di Debailleul, basato sulla tradizione delle fiabe millenarie, Piera ha costruito un originale metodo formativo integrato con il respiro ritmato Genesika®, per favorire nelle persone la consapevolezza di sé e il cambiamento desiderato. I risultati sono straordinari, monitorati dalle aziende sanitarie nelle quali entrano le fiabe e i seminari; i laboratori sono seguiti da insegnanti, formatori, terapeuti, artisti e dirigenti di organizzazioni pubbliche e private. Il percorso di Piera per giungere ai traguardi odierni è stato lungo, complesso e affascinate, come possiamo leggere in questa bella intervista.

Piera Giacconi

Piera, raccontaci del mestiere di Cantastorie, creato dopo anni di studi e ricerche…
Una rete di alleanze ha consentito di realizzare tutto questo. Oggi lavoro come Cantastorie e insegno come si fa arte-terapia: alla Scuola Superiore dell’Università di Udine, in ospedali e collegi infermieri, in centri di riferimento nazionali per l’oncologia e il diabete (Monaldi a Napoli e CRO ad Aviano in provincia di Pordenone). Sono esperta di medicina narrativa con una particolarità di Cantastorieria unica al mondo, presentata lo scorso anno anche all’Università di Dublino in una ricerca congiunta con Rita Charon della Columbia Univerisity di New York. Opero da più di trent’anni nel volontariato, e con un’associazione di genitori che ha figli con disabilità, l’ANFFAS di Tolmezzo in provincia di Udine, in dieci anni ho perfino formato i soci a svolgere questa attività in autonomia.

Cosa fa un Cantastorie?
Partiamo dal potere terapeutico dei racconti dei fratelli Grimm, definiti dall’Unesco nel 2005 “patrimonio culturale dell’Umanità”. Genere narrativo universale, i racconti di magia si ritrovano nella tradizione orale di ogni popolo, tramandati di generazione in generazione, sempre adatti ai cambiamenti storici grazie a un segreto di longevità: il senso del miracolo. Le “Fiabe della Tradizione”, come le definisce Debailleul – di cui oggi rappresento un’evoluzione del metodo attraverso il gioco e il respiro -, portano una saggezza millenaria che accompagna l’essere umano a realizzare con resilienza sogni apparentemente impossibili.

Come sei arrivata alla professione di Cantastorie, e quali studi hai seguito?
Il percorso è stato lungo e complesso. All’inizio neanche sapevo che sarei arrivata qui. Laurea in lingua e letteratura russa e tedesca, e dopo un po’ di insegnamento. Poi mi sono sposata e ho aiutato mio marito nel suo lavoro; ho continuato a insegnare. E a studiare, con tenacia e ardore, tutto ciò che amavo.

Cosa ti appassionava?
I temi più diversi: leadership e managerialità, programmazione neuro-linguistica e meditazione, approccio corporeo e yoga, narrazione e scrittura creativa… Sono figlia del medico che ha portato l’agopuntura in Italia negli anni ’50 e faccio parte di una famiglia di terapeuti. Per oltre vent’anni ho potuto studiare ciò che mi appassionava, anche con la fortuna di studiare all’estero. Grazie a mio padre, classe 1915, sono cresciuta con una visione olistica della salute e del disequilibrio manifestato attraverso la malattia quando ancora non si parlava di questo. Pensa che allora era considerato uno stregone a Ronchi dei Legionari (in provincia di Gorizia), dove era medico di base.

Piera con il libro di Jean Pascal Debailleul

Quando hai deciso che saresti diventata Cantastorie?
Mmmh… una lunga gestazione. La prima luce si è accesa quando nel 1999 andai a un congresso a Barcellona e mi capitò di intervistare Debailleul per una rivista per la quale scrivevo. Quando disse che portava le fiabe nelle aziende, pensai: «Ma è quel che ho sempre sognato di fare!». Allora ero sposata, avevo appena affrontato un serio intervento chirurgico e mi trovavo nel bel mezzo della separazione. Queste vicende personali hanno inciso nel decidermi. Incuriosita, due mesi dopo ero a Parigi a studiare da lui.

Puoi raccontarci come è andata?
L’operazione mi fece riflettere: «Se sei arrivata a questo punto, c’è qualcosa che non stai vivendo». Per fortuna andò tutto bene. Interpretai questo segno come un’altra opportunità che la vita mi offriva. E così, invece di giocare a far finta di vivere, decisi di giocare a vivere davvero. Inoltre, da separata avevo necessità di ricostruire la mia vita: niente casa, figli, lavoro, marito. Sola. Mi chiesi: “Ora che ho bisogno di seguire davvero il mio destino, cosa sono capace di fare?”. Dopo aver superato queste due esperienze forti, si è concretizzato il percorso che mi ha portata fin qui.

Cos’hai fatto dopo aver deciso di dare alla tua vita un’altra opportunità?
Ho studiato ancora molto, all’estero, soprattutto in Francia, grazie anche all’ex marito. Gli sono molto riconoscente, perché un giorno, nel periodo in cui ci stavamo separando, disse: “Visto che non ti arrendi e vuoi continuare a studiare queste cose strane che ti appassionano, allora studia solo con i migliori al mondo! Io ti aiuterò”. Queste frasi mi colpirono, risuonarono come le parole del Destino. Lui poi davvero mi aiutò e finanziò gli studi.

A quel punto hai continuato ad approfondire i tuoi temi prediletti?
Come sempre studiavo per amor di conoscenza e non pensavo a come avrei utilizzato simili competenze su altri. Cercavo un filo conduttore che unificasse gli argomenti, finché un giorno, tornata dagli studi all’estero, davanti alla macchinetta del caffè di un ambulatorio, due amici medici -che sapevano delle esperienze con le fiabe in Francia- dissero: “Ah, interessante, le porterai in Italia!”. Risposi: “Io? Ma se sono l’ultima pulce del pulciaio!” Allora non ci credevo, invece è andata esattamente come gli amici avevano intuito.

Quando hai incominciato a praticare con altri i tuoi studi e le ricerche?
Sperimentandomi a lungo nel volontariato. Scoprii un po’ per volta come gli altri vivevano questo metodo che avevo unificato. Prima di aprire l’attività privata, mi fu data la possibilità di applicare le fiabe in laboratori per bambini, presso un’associazione. E scoprii con meraviglia che i piccoli mi adoravano, con me erano come mosche sul miele, nonostante fossi e sia all’apparenza severa, burbera, fredda.

Piera Giacconi in opera

Quando ti è stato chiaro di aver trovato la tua strada?
Mi sono affidata all’intuito. Ho cercato attraverso le fiabe di rispondere alla questione vitale: “Qual è il mio mestiere?”. Con le pratiche creative, la risposta emerse intensa e chiara: “Porterai le fiabe nei teatri, nelle piazze, nelle scuole, negli ospedali, nelle aziende, con attori e musicisti, con manager e dirigenti, anziani e bambini, adolescenti e partorienti”. Sorpresa, mi chiesi: «Chi, io? Che da bambina a Grado, alla selezione per lo Zecchino d’oro, quando sul palco iniziai a cantare “Il torero Camomillo” e vidi tutto il pubblico presente nel parco, rimasi senza parole e Mago Zurlì venne a riprendersi il microfono?». Eppure il lavoro creativo con le fiabe non mente mai: oggi sono Cantastorie e arte-terapeuta da diversi anni e questo è il mio destino.

Quando dici che le pratiche creative delle fiabe ti hanno aiutata a trovare la tua strada, cosa intendi?
Mi hanno permesso di andare in profondità, a riconoscere cosa c’era di vivo dentro un mio bisogno. Il bisogno è un lamento, un pianto, un blocco, un dispiacere. E dentro non ci si va volentieri. Ma lì sotto, in realtà, c’è una forza straordinaria di rigenerazione. Riuscire ad agganciare senza filtri e interpretazioni intellettuali questa forza vitale, è come recuperare l’energia di un’atomica. È incredibilmente potente: trasforma la visione di sé e dei possibili. Ma la mente ha necessità di abbandonarsi in una posizione meditativa allineata al cuore, per riuscire ad accogliere la Qualità Umana che portiamo dentro. Le fiabe aiutano a “stordire” la razionalità, per farci riconoscere le qualità profonde e trasformare l’atteggiamento nei confronti della vita e, quindi, a favorire un’azione costruttiva di cambiamento.

Ed è proprio quello che tu stessa hai vissuto in prima persona?
Sì. Avevo una necessità urgente: scoprire quale fosse davvero il mio scopo nella vita e seguirlo. Mi era stata data una possibilità, forse l’ultima, attraverso l’esperienza dell’intervento chirurgico andato a buon fine. Fu come un campanello di risveglio. Questo livello di necessità, sembra oggi ciò che più ci manca: viviamo in un apparente benessere e non ci facciamo molte domande. Invece è veramente importante chiederci in modo radicale, come nei racconti del Meraviglioso: “Chi sono? Da dove vengo? Cosa ci faccio qui? Cosa mi dà ciò che faccio? Come lo faccio?”.

Attraverso l’esperienza con le fiabe si trovano gli elementi per costruire la propria strada?
Si verifica un allineamento di fattori che chiarisce il percorso. Intuizione, immaginazione e intelligenza si alleano. Come quando un imprenditore ha chiara la visione e riesce a portare dietro sé tutta l’azienda, a fare grandi investimenti per costruire qualcosa che ancora non esiste. Ciò accade perché è in contatto con il futuro che vuole emergere: egli è consapevole di ciò che va fatto e lo fa.

È così il grande potere dell’intuito?
Sì. È fondamentale per riconoscere il cammino da seguire, anche quando gli altri dicono che sbagli. Non vuol dire incaponirsi, ma rimanere allineati al progetto personale che chiede di essere portato nel mondo in modo unico. So di aver avuto una grande forza nel decidere, quando di volta in volta mi sono trovata davanti a un bivio. Non che fosse facile, anzi, mi sono posta molte domande. E quando ho intuito il tragitto da seguire, l’ho seguito. Se non era chiaro, attendevo che la nebbia svanisse. Essere pionieri è un’avventura dei nostri tempi, che richiede coscienza di sé ad ogni passo.

Arriviamo alla Piccola Scuola italiana per Cantastorie: perché l’hai fondata?
Grazie all’attività di volontariato, ho potuto sperimentare questo metodo pionieristico. A un certo punto fu necessario dare struttura e cornice, per contenere questi potenti insegnamenti millenari in una specifica forma e far conoscere il mestiere di Cantastorie come arte-terapia. Ora i risultati della ricerca internazionale in medicina narrativa evidenziano la validità del metodo, anche confermati dagli studi delle neuroscienze sull’immaginazione. I progetti che portiamo avanti nelle strutture sanitarie di alto livello lo confermano.

Quali sono attualmente i tuoi programmi?
Far diventare grande questa Piccola Scuola. Stiamo sviluppando un progetto di indagine sugli effetti delle fiabe per le persone operate al cervello: da un anno ci stiamo lavorando e abbiamo bisogno di fondi per realizzare il protocollo. Nel frattempo consolidiamo il contenitore: la qualità dei lavori di tesi e le relazioni dei tirocini fatti nelle scuole, nei licei, nelle aziende sanitarie. Sono veramente dei bellissimi lavori! Danno la misura della professionalità con la quale gli iscritti oggi si preparano al mestiere di Cantastorie. Si tratta di persone che hanno già una qualifica, o di giovani straordinari che si stanno laureando in Scienze della formazione e possono diventare Arte-terapeuti e utilizzare la medicina narrativa.

Cosa ti aspetti nel futuro per le fiabe millenarie e il Cantastorie?
Che diventino patrimonio pubblico. Che sia possibile per i bambini apprendere e sperimentare in classe questi insegnamenti evergreen, alla luce di quanto sappiamo oggi grazie ai contributi di ricerca scientifica, teatro, musica, arte-terapia, pratica meditativa. Che si possa condividere in molti ciò che oggi solo pochi possono avvicinare e non perché sia una scuola d’élite o perché il metodo sia poco diffuso. Voglio che diventi un cibo accessibile a molti. Sì, è questo il sogno che voglio realizzare in futuro, insieme ad allievi e alleati.

Sito La voce delle fiabe – Pagina Facebook di Piera Giacconi

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