Silvio Gulizia: un sogno da realizzare tra blog e startup

Silvio Gulizia: un sogno da realizzare tra blog e startup

La storia di Silvio Gulizia, giornalista, consulente per startup e blogger, è un’altra conferma di quanto la passione per la scrittura alimenti i sogni da realizzare nella vita professionale. Silvio scrive “da sempre”, come lui racconta. Dopo aver fatto il giornalista per circa vent’anni ha deciso di scrivere per se stesso e per le narrazioni che gli stanno a cuore. Con i piedi ben saldi, marito e padre di una bimba di pochi mesi, crea e coglie anche opportunità di lavoro che gli permettono di dare concretezza e futuro alla sua passione. Come? Ce lo ha raccontato in questa intervista…

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Silvio Gulizia

Silvio, raccontaci: cosa fai adesso, di cosa ti occupi?
Mi occupo di parole e di startup. Sono giornalista, blogger e consulente di comunicazione, ma soprattutto scrivo, produco contenuti. Di fatto sono un writer e ho sempre vissuto di scrittura. Ho scritto per giornali, blog, riviste, social network e da qualche tempo, dopo aver fatto il giornalista per vent’anni, ho iniziato a scrivere per me stesso. Il sogno che coltivo è diventare uno storyteller, che è poi quello che ho sempre fatto da quando ho cominciato a scrivere.

Come pensi di realizzarlo?
Quello che sto facendo in questo momento è già un percorso di avvicinamento all’ideale che inseguo da parecchio tempo: lavorare un po’ per i miei clienti e un po’ per me. Il mio obiettivo è arrivare a fare questo. Ora lavoro da anni nel campo delle start up, da circa tre anni faccio consulenze in questo settore. In questo specifico momento mi occupo della comunicazione per .Pi Campus, LUISS ENLABS e LVenture Group. Appena posso mi dedico alla scrittura, per il mio blog e per alcuni libri.

ebook Silvio GuliziaCosa stai scrivendo?
Ho appena pubblicato un ebook dal titolo “Sognare per Vivere” in cui racconto come fare a vivere il proprio sogno. Un altro ebook sulla produttività con iOS uscirà nei prossimi giorni, e poi sto scrivendo un libro, che sarà pubblicato tra alla fine di quest’anno o a gennaio, su come applicare i principi delle start up nella propria vita, ma scrivo anche liberamente sul mio sito dei miei progetti, di quello che sto portando avanti. Racconto le cose che ho vissuto, che ho imparato, spesso e volentieri sono cose che ho studiato e rielaborato, che ho applicato nella mia vita di tutti giorni.

Qual è stato il momento preciso in cui hai deciso di scrivere di te e per te stesso?
Nel 2009. Ero responsabile della cronaca di Milano a Metro, che all’epoca era un giornale internazionale, il primo free press al mondo, con oltre 300 mila lettori solo a Milano. Mi sono dimesso e me ne sono andato all’inizio della sua crisi perché ero stanco di fare un certo tipo di vita. Fare il giornalista è quello che sognavo fin da bambino, poi però quando ho iniziato a farlo mi sono reso conto che portava via un enorme tempo della mia vita privata. Insomma, ho scoperto che tanto mi piaceva il mestiere, ma tante erano anche le cose che mi perdevo per i ritmi e l’impegno che mi richiedeva, per le tante le rinunce che facevo nella mia vita privata.

Rinunciando al posto fisso di giornalista cosa hai fatto?
Quando ho mollato tutto sono tornato a fare il freelance, con l’intenzione di scrivere le mie storie e venderle. In precedenza avevo fatto il freelance per necessità poiché ero agli inizi ed era difficile essere assunto. Purtroppo in Italia non funziona come nei paesi anglosassoni: qui da noi il freelance nel campo giornalistico viene percepito come un collaboratore da chiamare solo se c’è bisogno per scrivere un pezzo e pagarlo a cottimo. Se invece vuoi cercare storie e poi proporle, è un casino. Perché per fare questo devi lavorare con più testate, ma quando hai una bella storia non è che puoi fare l’asta, vale tanto quanto un pezzo normale. E se la vendi a una testata, dall’altra ti fanno delle rimostranze. Solo in parte sono riuscito a vendere le mie storie, e a un certo punto ho capito che dovevo trovare un’altra strada.

Quale?
Intanto ho colto delle opportunità nel campo della consulenza, comunque in linea con quello che mi piace fare. Mi occupo di comunicazione per startup e venture capital. Aiuto le aziende a trasformare quello che fanno in storie da raccontare. Dal blog ai social network al sito aziendale agli eventi e così via. Sto provando a fare il selfpreneur.

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Cosa intendi per selfpreneur?
Mi riferisco a un vero libero professionista che investe su se stesso. Non è più un “dipendente” esterno, ma è “un’azienda” che vende un prodotto (nel mio caso storie o articoli) ad altre aziende che a loro volta le utilizzano o le vendono ai loro clienti, in questo caso i lettori. Dopo tre anni la gente ha cominciato a parlare di me come di un giornalista che lavora per diverse testate. Ora voglio fare un altro salto: produrre storie e invece di venderle a un giornale, venderle direttamente al lettore. Questo è il mio obiettivo.

Come intendi raggiungerlo?
Ho cominciato intanto con il mio blog, anche se non è la mia prima esperienza di blogger. Infatti quando scrivevo per diverse testate avevo blog su altre piattaforme, come Blogosfere, Wired, Leonardo, ma lì postavo ciò che scrivevo per altri. Ho anche creato un mio sito su Tumblr in cui pubblicavo le cose che volevo scrivere e sono arrivato a 170 mila follower. Quando ho smesso di scrivere per gli altri e ho deciso di lavorare come consulente, ho creato Comunità Digitali che era una versione rinnovata del mio blog su Blogosfere, che è stato il mio primo blog nel 2009. Nel 2014 l’ho aggregato a www.silviogulizia.com ed è diventato un unico blog. Qui ho pubblicato il mio primo e-book, scaricabile gratuitamente o pagando un piccolo contributo, a scelta del lettore.

Quindi nel tuo blog pubblichi quello che scrivi “per te” per arrivare direttamente al lettore, senza passare attraverso altri media?
Sì, per me è una delle strade possibili per diffondere quello che scrivi e avere un feedback diretto, quasi tangibile con i miei lettori, che ora non sono un numero altissimo, anche perché al blog posso dedicare al momento poco tempo, ma mi sorprendono i feedback positivi che ricevo, e mi stimolano a proseguire nel mio progetto di scrivere altri e-book e libri ai quali sto già lavorando.

Quali, in particolare?
Come ho già detto, oltre a un altro e-book che sto per pubblicare sulla produttività per iOS, sto scrivendo un libro che un editore pubblicherà probabilmente a fine anno o gennaio. Non ha ancora un titolo, ma potrebbe sintetizzare questo concetto: come sarebbe la mia vita se fossi una start up? L’idea mi è venuta a novembre dello scorso anno, mentre eravamo in attesa della nascita di mia figlia. Un giorno mi chiesi: “cosa le potrei lasciare di me se un giorno non ci fossi più?”

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Un’idea da fatalista…
Io sono un po’ fatalista, è vero, ma è anche vero che già allora pensavo che mi sarebbe piaciuto raccontarle “le 40 cose” che ho scoperto troppo tardi nella mia vita. Per esempio imparare a dire no, imparare a meditare, alzarsi presto la mattina per fare qualcosa per se stessi prima di andare a lavoro, come coltivare le proprie passioni, trovare le persone con cui lavorare, il valore del design inteso come problem solving, e così via. A un certo punto ho pensato mettiamole tutte insieme e cerchiamo di raccontare a mia figlia qualcosa che potrebbe servirle, anche se quando sarà in grado di leggerle forse saranno un po’ superate, però mi piace l’idea di lasciarle qualcosa di me che possa essere anche una guida, nel futuro, nel caso non ci dovessi essere più.

Mi sembra un bel tema, Silvio, come il fatto che tu abbia già una lettrice ben definita…
Sì, ma l’idea delle “40 cose che ho imparato troppo tardi e che vorrei raccontare a mia figlia” è stata l’origine del mio progetto, che ora si è evoluta in una serie di suggerimenti per vivere la vita come se fossi una start up, oltre a tutte cose che ho scoperto, imparato nel tempo. Per esempio studiare, immaginare un’idea, svilupparla, cercare i feedback, chi sono gli investitori, partire… insomma, tutto ciò che richiede una start up applicato alla propria vita. La definizione del lettore è arrivata col tempo perché all’inizio, un po’ per scaramanzia (perché sono molto superstizioso) ho scritto la prima bozza per me stesso di qualche anno fa, a cui sognavo di tornare indietro nel tempo per dare dei consigli.

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La tua storia mi sembra molto “generativa” per usare un termine diffuso in questi tempi… ma lo è soprattutto perché stai creando quello che la tua passione per la scrittura ti spinge a rendere concreto.
Sì. Io ho sempre scritto, ho cominciato che ero all’università, ma anche prima: poesie, racconti e poi ho campato scrivendo. Quello che mi ha stranito è che a un certo punto mi sembrava che stessi svendendo le mie capacità, la mia passione. Scrivo perché mi piace dare forma alle idee che ho in testa, dopo di che mi tocca metterle a posto perché possa leggerle un altro diverso da me. Sono in linea con ciò che scrive Shawn Blanc, che riprende Stephen King, in un post titolato “write for yourself, edit for the reader” (scrivi per te stesso, poi edita per il lettore).

Come continuerai ad alimentare il tuo sogno di vivere scrivendo storie con la consapevolezza di quanto oggi sia difficile realizzarlo?
Non lo so. Io so che ho bisogno di scrivere e continuerò a farlo, nonostante tutte le difficoltà. Voglio citare il passo di una canzone di Edoardo Bennato che canto spesso a mia figlia: “E ti prendono in giro / se continui a cercarla, (l’isola che non c’è, ndr) / ma non darti per vinto perché / chi ci ha già rinunciato / e ti ride alle spalle / forse è ancora più pazzo di te!”

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